|
In giro per la città
La storia
Le tradizioni
1943-1945: la Resistenza
Chi amministra
Balanced Scorecard
Guida agli uffici
Altri organismi
I tempi della città
Informabandi
Pari Opportunità
Cariche, consulenze e incarichi
Statuti e Regolamenti comunali
Modulistica
Pace in Comune
Ultime notizie
Agenda della settimana
Calendario eventi culturali
Calendario eventi
L’URP ti informa
Ufficio stampa
Comunicati stampa
Notiziario Comunale
|
|
Quando anche i gesti non servono più, le parole cercano un dirupo da dove buttarsi. Stanco di annodarmi cravatte che non ho e sapere che non posso sognare, cerco una nuvola dove impiccarmi. Sono solo come la luna e non attendo nessuno. Sento i secondi della pendola penetrarmi fino al dolore: ho giocato l'anima e l'ho perduta. | Se solo potessi smontarmi gli occhi e salvaguardarli nelle tasche di un bambino. Io vivo murato tra brandelli di lebbra e topi indistruttibili. Il mio sangue è acqua ferma illuminata soltanto dalla luna. Aspetto l'alba, poi fuggiranno le ombre. Ho consumato una bocca di denti Masticando assenze. Ezio Vendrame | torna alla home page Gli artisti
La biografia Armando Fettolini è nato a Milano nel 1960. Per trent’anni vive e lavora a Brugherio, cittadina tra Milano e Monza, tra la metropoli e la Brianza, che tiene insieme – fino a quando? – le origini contadine, la tradizione brianzola con il volto industrializzato della periferia milanese, la cintura metropolitana, spersonalizzata al punto da dover subire persino un nome non italiano, hinterland.
Figlio di contadini, un tratto che bisogna conoscere e lo specialissimo rapporto con la materia e con la terra. Attori che chiedono alle mani dell’artista quella piccola spinta per diventare "forma". Il mondo dell’arte lo coinvolge fin da giovanissimo: a 25 anni la sua “prima”, partecipa a una mostra collettiva all’Arengario di Monza, a fianco di nomi quali Guttuso e Kodra. Di questo periodo i critici parlano di “impatto iperrealista” e anche di “richiamo magrittiano”. Ma lo sguardo alle sue opere fa venire in mente l’arte informale degli anni Cinquanta e Sessanta. Il nome cui vien da associarlo è Alberto Burri, anche se la materia nelle mani di Fettolini non si destruttura, bensì prende forme composite. Ora, l’artista vive e lavora a Viganó , piccolo paese della Brianza, scelto per il suo essere “praticabile“. Uno “studio” che sia tutto fuorché asettico, dove sia possibile avere a portata di mano, letteralmente, la materia per creare: la terra, un muro da raspare, erbe e giunchi, garze, corde…
Il 2005 vede Fettolini impegnato soprattutto nel far tappa, in giro per l’Italia, con la sua Giuda iscariota, uomo di città , una mostra in dodici tavole, che ha per protagonista il discepolo traditore (ma è proprio in virtù di un tradimento che l’uomo è stato letteralmente messo al mondo, secondo le incisive parole di Aldo Carotenuto). Le opere sembrano presagire un trapasso dal figurativo alla scultura: che sia quest’ultima il nuovo approdo dell’esperienza artistica di Fettolini? Partendo da Verona, la mostra approderà in altre città italiane e infine a Brugherio, dove l’artista potrà celebrare il 25simo di attività. Alle tavole su Giuda saranno affiancate altre opere, per una vera e propria antologica. Sono disponibili i seguenti allegati:
Esposizioni personali - File PDF (Dimensioni: 65,9 KB)
Principali esposizioni collettive - File PDF (Dimensioni: 111 KB)
Esposizioni a Temi/Eventi - File PDF (Dimensioni: 104 KB)
torna all’inizio
L'estetica Il punto di partenza è la superficie da animare - tela o foglio di carta - e la prima macchia di colore o d'inchiostro che vi si getta: l'effetto che si produce, l'avventura che ne risulta (Jean Dubuffett). "Evidenziare" la materia significa avere smarrito la nozione dello spazio e del tempo. Li avevamo, avevamo una possibilità di movimento e di scelta; ora non siamo più liberi, non abbiamo più scelta, non rimane altro spazio, altro tempo per vivere. Ora siamo in una condizione di necessità, e l'ora della necessità è segnata proprio dall'emergere della materia irrefutabile, sorda, soffocante come il terriccio fradicio della tomba (Giulio Carlo Argan). Informale significa solo ciò che concretamente è stato, cioè un complesso di ricerche e di fermenti che hanno quale comune denominatore l'impegno di superare le vecchie concezioni idealistiche, spiritualistiche e razionaleggianti della Forma, per vagliare le possibilità ulteriori, altre, di una forma che si proponga essa stessa come fenomeno (Maurizio Calvesi).
Armando Fettolini è "informale", ma non destrutturante, bensì nella volontà e tentativo di figurazione, di volontà segnica e semantica. Il materismo di Fettolini nella fase attuale si fa forma e tenta l'approdo alla dimensione spaziale. Solo qui la forma potrà essere definita razionalmente con l'astrazione della linea e del segno. Ma sarà il Fettolini successivo a dircelo.
torna all’inizio
L'intervista L'arte mi ha preso in prestito intervista ad Armando Fettolini, di Ermanno Vercesi e Gennaro Mele
Da Kant in poi l’arte sembra oscillare tra interno ed esterno, tra forma come rappresentazione della realtà e forma come simbolo e proiezione spirituale. Tu vieni dall’informale ma nella tua esperienza artistica si vede un ritorno alla forma: a cosa ti senti più vicino? La questione per me è semplice: le mie risposte arrivano dopo l’aver fatto. Non mi preoccupo prima. Non posso fare prima un ragionamento su quello che è la mia intenzione artistica. E’ una conseguenza. Dopo l’aver fatto, sento la lacrima, la commozione o l’incazzatura, se è riuscita o se ho fallito. Io credo di aver allargato un poco il punto di vista. Ho conosciuto la materia –sono figlio di contadini. Ora oso permettermi di allontanarmi un po’. E mi dicono che sono sempre fuori tempo, è uscito anche un articolo: "insomma, quando andava l’informale tu facevi altro, ora che torna di moda l’informale tu fai il figurativo". E’ così, io funziono in questo modo. Se facessi una riflessione prima, non sarebbe autentico, veritiero. L’arte delle due avanguardie aveva in comune l’idea di essere precursore di cambiamenti, di influire sull’idea di società. Oggi, in un momento in cui domina un individualismo che spersonalizza, l’arte può essere ancora precursore e motore di cambiamento o è solo lo specchio della società in cui si sviluppa? I primi a essere individualisti sono gli artisti, ma non perché non ci sia del buono in ciascuno. C’è un sistema che ti spinge a esserlo. Addirittura mi capita che se dico a un altro artista “passo a trovarti”, lui mi dica “prima avvertimi”. Questo per liberare lo studio, con la paura che gli rubi delle idee… Ho un amico, Gaetano Ratti, che è come un fratello per me. Il legame è fortissimo, eppure periodicamente, due o tre volte l’anno, tentano di metterci l’uno contro l’altro, di farci litigare… E’ pazzesco, ma è così. In che senso dici che c’è un sistema? Ci sono gli artisti, persone che hanno la fortuna di riuscire a realizzare delle “note” sopra le altre, e la cosa funziona. Loro sono “ciechi”, lo fanno e lo farebbero al di là e al di fuori di qualsiasi mercato. Chi si prende carico di ciò? Sono sparite le figure fondamentali del gallerista e del critico d’arte. Sono diventati addetti ai lavori che dimenticano il cuore. Il critico se lo paghi parla bene di te, mischia le cinquanta parole difficili che si usano ed ecco la recensione. Anche se sono trent’anni che faccio queste cose, so che sono solo in prestito alla produzione artistica; certo, all’inizio c’è un’idea, molto vaga e spuria, su quello che vorresti fare, ma poi entrano in gioco dei meccanismi che non c’entrano con te. Alla fine sei esausto e ti accorgi che è successo qualcosa che non ti appartiene e non sapresti raccontare come è avvenuto. Resta solo la reazione di fronte a quello che è venuto fuori, la commozione fino al pianto, e non mi vergogno di dirlo, oppure la rabbia che ti porta a buttare tutto nel fuoco, perché bisogna avere il coraggio di dire: è fallito. Attenzione: sarebbe vendibilissimo, ma è fallito. O entri nel meccanismo, oppure lo butti via. Stiamo entrando, mi sembra, nel cuore del problema del rapporto tra arte e mercato, tra artisti e quotazioni. Il Van Gogh che vale miliardi… Purtroppo è così: quali sono le quotazioni. Questo è il mercato. Ma è assurdo. A Verona è venuta una coppia che mi segue da anni, volevano un quadro, sapendo che sarà disponibile fra un anno. Ma ancora una volta di fronte al prezzo che dicevo, loro mi hanno dato… di più! Il mercato è una falsità. Ricordo la prima volta che mi hanno telefonato per dirmi che c’era un mio quadro all’asta e per chiedermi se dovevano o meno difenderlo! Non capivo: difenderlo da cosa? Cosa ha combinato? Poi ho scoperto come funziona il meccanismo: qualcuno vuole svalutarti, mette un tuo quadro all’asta. Se viene venduto a un prezzo più basso delle tue attuali quotazioni, immediatamente queste scendono. Ecco allora perché bisognerebbe “difenderlo”: vuol dire mandare qualcuno a rilanciare ed eventualmente a comprarlo a un prezzo adeguato al tuo valore di mercato. Insomma, ti dicono che devi difenderlo per difendere anni di lavoro che hanno portato su le tue quotazioni. Ho passato una settimana di ansia, poi ho deciso che non mi importava. Era anche il periodo in cui ho deciso di non firmare un contratto che mi avrebbe messo a posto economicamente… Uscendo un po’ dal discorso solo artistico e guardando al nostro mondo di oggi: c’è un problema che per te è prioritario risolvere? Difficile dire un problema… A essere cattivo ti farei l’elenco di chi vorrei lobotomizzare. Ma tornando alla domanda, direi che c’è un problema di coscienza, per esempio la coscienza di vivere su un pianeta che è l’unica terra possibile, e se non lo salvaguardiamo non abbiamo capito niente. Come se le cose al di là del nostro naso non ci debbano interessare. Dico che è un problema di coscienza perché in questi giorni ho risentito un servizio sulle bombe atomiche sganciate in Giappone. C’è quello che è diventato pazzo non riuscendo più a dormire pensando alle vittime e l’altro che è orgoglioso di quel che ha fatto e lo rifarebbe di nuovo. Impressionante… Se manca la coscienza, diventiamo dei parassiti del nostro pianeta. Certo, ridiamo a sentire Beppe Grillo, poi continuiamo a usare la macchina, e non producono auto non inquinanti. Se dovessi dire quale genere musicale senti affine a te e a quello che fai, a prescindere se ti piace o meno, quale sceglieresti? Pergolesi. Lo “Stabat mater”. Ma non solo quello. O il “Magnificat” di Monteverdi. Quando lo sento, mi chiedo: come può l’uomo, che è stato capace di creare questo, concepire la guerra? Parliamo un poco della tua mostra attuale, “Giuda iscariota, uomo di città”: come ti è venuta l’ispirazione di scegliere proprio questo contenuto? Semplicissimo. Sono stato abituato a sentire frasi come “sei falso come Giuda” o “porco Giuda” e per me non era altro che un suono. Poi scopro che questo suono è uno dei dodici suoni che appartengono alla storia del cristianesimo, qualcosa non mi tornava. Poi non so bene quali meccanismi entrino in gioco, se questo sia l’inciampo successivo di un inciampo precedente che porterà ad un altro inciampo. Non so. Se mi avessero detto due anni fa che mi sarei occupato di Giuda, mi sarei messo a ridere. Sono meccanismi strani a cui mi lascio andare. Sono momenti in cui aggiungo un tassellino alla mia sete di conoscenza. L’altro giorno sono stato invitato alla Cattolica a tenere una lezione e pensavo: non ci sono andato come studente e ora ci vado a insegnare… A proposito di questo, sappiamo che la tua “Via crucis del secolo breve” per tutta la Quaresima è esposta presso la cappella dell’Università cattolica di Milano. Via crucis, Giuda, sembra un periodo in cui la tua arte si riaggancia a tematiche religiose. C’è un rapporto speciale tra arte e sacro, non dico nella storia, ma per te? Più che “il sacro”, direi: la spiritualità. Non è la stessa cosa. Io non ho mai trascurato la spiritualità nell’arte. In questo momento il mio percorso di spiritualità è in qualche modo associato a un discorso di religiosità. Forse ci giocano anche questioni di attualità, legati alle vicende mediorientali, alle polemiche sull’Islam e quindi in me c’è come una volontà di ricerca, di approfondimento di quel vestito che ho addosso che è il cattolicesimo. Appunto, andare al di là. Prima dicevi che la creazione di un’opera in realtà è una relazione, tu crei e lei si fa creare, in qualche modo. E alla fine c’è il pianto di gioia o la rabbia che ti porta a distruggerla. In base a cosa? Hai toccato un tasto interessantissimo. La differenza è se… respira. Io sento che respira, se non respira è fallita. Sarà anche vendibilissima, ma sono io che mi accorgo che è fallita, non chi osserva e purtroppo neanche il critico, che viene a trovarti, ti segue e con occhio fresco e mente serena si mette a smontare centimetro per centimetro quello che hai fatto e parlarne. Quello è il ruolo del critico, e non far diventare il tuo lavoro un prodotto da proporre comunque. E allora l’artista deve diventare da solo quello che gioisce e pena. Dicono che c’è sofferenza nell’essere artista. Ma non è vero: nessuno ti viene a raccontare che c’è l’estasi quando l’opera respira. Credimi, c’è l’estasi, che si ripercuote a tutti quelli che ti stanno intorno. Non è descrivibile, né preventivabile. Da due anni mi hanno commissionato una pala per altare sul Sacro Cuore di Gesù; ho provato a studiare, ma non mi funzionava. L’altro giorno, a casa c’era la neve, mia moglie coi bambini era fuori e c’era un grande silenzio, nel giro di un’ora e mezza è nata la pala d’altare, completamente sganciata dai canoni tradizionali di lettura del Sacro cuore. Non solo il progetto, ho fatto la miniatura e ora la porto a Cosenza. Dopo due anni, in due ore era tutto fatto. Sforzarsi per cercare di fare per forza è la cosa peggiore. Devo lasciarmi andare, se deve uscire, esce da sola. Quando la mia famiglia è tornata io ero un altro… con grande loro gioia. Quante volte hai pensato di piantare lì tutto, di smettere di dipingere? Lo metto in conto in qualunque momento. Serenamente, non con angoscia. Se succede, vuol dire che non ho più niente da dire. Il mio primo maestro mi diceva che la creatività maggiore c’è tra i venti e i trent’anni. Ma secondo me non è così. Diventa meno impulsiva, meno spavalda, più autentica. Contro la supremazia del mercato di cui parlavi, quali sono gli anticorpi? Non ce ne sono rispetto al mercato, ce ne sono tanti rispetto al tuo essere. Io sono convinto che per ogni artista che ce l’ha fatta, è riconosciuto, ce n’è almeno un altro che non ce l’ha fatta, ma è artista autentico. Però non è nel mercato… Io sono convinto che la produzione di un artista di una vita non basta a coprire il mercato. Io non so se riuscirò diciamo a produrre un quadro per ogni famiglia di Brugherio… La produzione artistica non sarà mai sufficiente. Però l’accesso alle opere è riservato a pochi. La musica, se vuoi, ha una diffusione ampia, ma se solo una persona su centomila ha le risorse per comprare un’opera, l’artista resta inevitabilmente impigliato nell’aver prodotto per pochi privilegiati una piccola èlite. E’ vero. Anche se per fortuna ci sono ancora personaggi come Arturo Schwarz, che ritengo una persona molto intelligente, che ha regalato le sue opere, buttando al vento guadagni di miliardi, per metterli a disposizione del pubblico. Però c’è anche da dire che gli stessi enti pubblici non sono in grado di garantire la visibilità e tu corri il rischio di dover andare in Svizzera piuttosto che in Olanda per vederle, nazioni che non sono più ricche, ma più intelligenti. Un’ultima curiosità: quella spilla a forma di foglia che porti sempre, cosa rappresenta? Questa foglia è “caduta” il 31 dicembre 1985 – sono vent’anni ormai… Avevo un compagno di scuola che ho rivisto dopo molti anni e insieme abbiamo deciso di aprire un negozio dove io curavo la parte estetica e lui realizzava prodotti come questo. Questa spilla, pezzo unico, me la diede una sera dell’ultimo dell’anno, per “essere a posto” per la festa. Una banalità, se vuoi. Poi però sono successe molte cose, e anche brutte: purtroppo questo amico oggi sta molto male. Col tempo questa spilla è diventata per me sempre più importante e ora non esco mai senza metterla. Ricordo un giorno di averla persa tornando da Zurigo dove lavoravo, al San Gottardo. Sono tornato indietro per cercarla e quando l’ho trovata sembravo un bambino tanto ero contento. E’ una foglia di quercia, un albero che ha un valore simbolico grande: nelle fiabe è la madre, i sensitivi ci scaricano le energie negative. E’ diventata quasi una cifra…
© La riproduzione del testo è consentita citando la fonte. torna all’inizio
torna alla home page Le mostre
|
|
|