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La
biografia
Gaetano Orazio è nato ad Angri (SA) nel 1954, si trasferisce a
Brugherio con la famiglia giovanissimo e vi risiede fino alla fine degli
anni ottanta, la campagna brugherese, le cave e le fabbriche sono le
tematiche che accompagnano il suo percorso artistico. Attualmente vive
a Cremella, in provincia di Lecco.
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La ricerca artistica di Gaetano
Orazio si realizza, sin dagli esordi nei primi anni Ottanta, attraverso
una relazione fisica con i luoghi della natura
e della memoria, quest’ultima non intesa storicamente
bensì ancestralmente. Memoria e Natura si fondono in tele orientate verso
un realismo espressionista
,
sintesi perfetta di pittura e poesia, di vita e arte. La produzione più
recente trae ispirazione diretta dal microcosmo di un torrente che scorre
accanto all’abbazia di S. Pietro al Monte presso Civate e che ha dato vita
a numerosi cicli pittorici (Paesaggi interiori, Teschi e farfalle,
Salamandre, Due respiri, Trovante) di cui l’ultimo è caratterizzato
appunto dalla figura delle Pozze d’acqua. Accanto a questi l’artista
svolge una riflessione sul tema della “Crocefissione” che sfocia nella
grande Croce delle lacrime. La sua attività espositiva inizia nel 1990.
Numerose le personali e le partecipazioni a collettive in Italia e
all’estero. Ha pubblicato diversi libri di poesia con prefazioni, tra gli
altri, di Erri De Luca e di
Maurizio Cucchi
. Nel
2004 la trasmissione televisiva di Philippe Daverio, Passepartout , in onda su
RAITRE, ha dedicato uno spazio riservato unicamente alla ricerca artistica
di Gaetano Orazio. |
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L'estetica
di Philippe Daverio , fine estate 2003, in una
notte piovosa di Berlino, città piena d’artisti che tuttora credono nei
benefici dell’avanguardia.
Ho assistito di recente ad uno di quei piccoli eventi che si
possono definire “sicuramente straordinari” e, come tali, degni di nota
nel senso etimologico di questo termine. Quindi lo annotai. Si trattava di una cena
durante la quale iniziò, invece della naturale dissertazione sui nostri
guai politici, una conversazione metafisica fra Gino Di Maggio e Gaetano
Orazio sull’origine dell’artista, dell’artista appunto e non dell’arte. |

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Quale dovevasi considerare il dato tecnico umano,
chiedeva Di Maggio, che faceva di Orazio un artista e di lui stesso Di
Maggio un essere sicuramente raziocinante, forse un filosofo, secondo il
parere di molti un conoscitore delle cose dell’arte ed un convinto
propagandista, ma non un artista? Arrivò alla conclusione Di Maggio,
alla conclusione beninteso filosofica, e cioè che l’artista potevasi
considerare colui che possiede una memoria filogenetica totale, anche se
inconsapevole, un individuo addirittura capace, forse, di andare
ancora oltre, di ricordarsi il big bang e quello che era successo
immediatamente dopo. E siccome nel momento della creazione originaria vi è
già tutto il sapere d’oggi e di domani, l’artista sa. Tesi ardita questa che Orazio non esitò a
condividere. Anzi aggiunse che, non essendo la gnosi artistica lucida ed
esaustiva, l’artista sente sì di sapere, ma purtroppo senza potere
afferrare questo sapere, e si trova costretto quindi a ripetere, spesso
all’infinito, il medesimo percorso creativo, lo stesso gesto
pittorico, che lo porta come una condanna reiterata verso la fonte
della propria sensibilità, verso quell’ informazione primordiale che di
lui fa il vaticinatore. Rimasi colpito da quanto questa descrizione
corrispondesse al lavoro quotidiano di Orazio. Perche Orazio verso la
fonte ci va davvero, lassù in una collina brianzola dove sgorga un
torrente vicino ad un santuario. Ci va d’inverno come d’estate, a piedi,
con i rotoli delle sue tele sotto il braccio e alcuni colori rudimentali,
suscettibili di essere usati in un luogo ostile. Ci va incontrando e
studiando le salamandre, che si dice abbiano trecento milioni di anni e
quindi la sanno lunga, hanno visto morire i dinosauri e tantissimo tempo
dopo apparire l’omuncolo. Sono molto più vicine di noi, semplici
pensatori, al big bang. Hanno, gialle e nere, il doppio respiro, quello
dell’artista. E ripete Orazio lassù un gesto ossessivo con la materia
colorata concretandola sulle tele, che riporta fra le case degli
uomini, di fronte a certi campi di granoturco, in un suo studio-cascina
rimasto intatto da cent’anni. Infine torna Orazio operaio in fabbrica a
lavorare, come si dice oggi “part time”, il che gli consente di essere
pittore fino in fondo, privo di obblighi di mercato, radicalmente e
romanticamente moderno. Chi si accontenta scopre. Studio il caso Orazio
da alcuni anni, me lo ha fatto scoprire Jean Blanchaert nella cantina
seicentesca della sua galleria crogiolo. Corrisponde ad una delle più
interessanti mutazioni del pittore alle quali abbia potuto assistere da
quando guardo gli artisti al lavoro. Fino all’altro ieri gli artisti erano
artigiani capaci di produrre immagini cariche di trasporti storici,
documenti fondamentali non solo degli eventi ma delle sensibilità che li
avevano generati, questi eventi. Erano già allora esseri delegati
all’avanzamento della frontiera delle ricerche, ma non lo davano troppo a
vedere, se lo dicevano solo fra di loro e fra alcuni avveduti poeti, a
vedere davano solo l’opera finita. Al resto pensava l’autorità costituita.
Poi per colpa della modernità che avanzava, cominciarono a dire che loro
la vedevano in un modo piuttosto che nell’altro, la questione umana prima,
quella politica infine. E poi ancora certi filosofi tedeschi spaventati
dalla Germania decisero che la pittura era ora che chiudesse i battenti
perché erano ben altre le arti necessarie ad una vigorosa comunicazione di
massa. Vennero abbandonate le pratiche considerate obsolete per quelle
nuove: si passò dal teatro al cinema, dal canto alla radiofonia, dalla
pittura e dalla scultura al nulla oppure all’allestimento dei
musei. Orazio è una eccezione consapevole a questa regola fatale, come
certamente altri resistenti lo sono. Ha scoperto un’alternativa possibile,
suscettibile di dare un senso assolutamente nuovo al dipingere: anche se
la ricerca nella quale si trova impegnato sembra non avere una immediata
vocazione sociale, essa lo porta ogni giorno ad indagare attorno al
proprio, personale big bang. E per la magia che solo l’arte possiede, il
risultato è esteticamente coinvolgente, risultato di un viaggio nel quale,
come egli stesso dice, ha bisogno degli inciampi, cerca testardo di non
acquisire bravura, tira via tutto e infine ciò che deve comparire appare,
perché non è la bellezza che lo interessa, è l’armonia, quella scaturita
dal grande bisogno fisico di lavorare. Vi sono oggi in Italia forse
alcune decine di anacoreti che praticano il medesimo lavoro solitario. Non
lo sanno di essere così pochi e significativamente numerosi al contempo. E
neppure sanno che hanno inconsapevolmente assunto la delega d’una porzione
della nostra coscienza. E a loro forse faccio male a
dirlo. |
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L'intervista L'arte
è come bere un bicchiere di vino intervista a Gaetano Orazio, di Gennaro
Mele
Nell'immediato dopoguerra,
nell'arte si è verificata una profonda rottura con il figurativo
e si sono avviate delle ricerche che hanno avuto come
oggetto la materia, l'azione, il gesto. Oggi, invece, pare
esserci un ritorno regressivo al figurativo. È da ritenersi un fenomeno di
ripiegamento o un momento di ulteriore evoluzione delle indagini
artistiche?
Innanzitutto metterei
in risalto due aspetti riguardo l'immediato dopoguerra: il contatto con
l'America, ovvero l'America che è venuta direttamente da noi per
"salvarci", e il "dio che è morto" nei campi di sterminio. Dunque un
momento di insicurezza e frantumazione che però ha dato dei risvolti
positivi. L'artista ha cominciato a prendere una posizione coraggiosa di
indagine diretta e personale della verità e non ad accettare dei dogmi
imposti dall'esterno. L'introduzione del "sistema mercato all'americana"
nel mondo dell'arte, poi, ha contribuito ad influire
negativamente in tale indagine. Sono convinto che si continui a
fare arte, malgrado la gran confusione. E ciò è dovuto,
paradossalmente, al fatto che, malgrado lo stato di benessere diffuso che
l'occidente ha raggiunto, vi sia una condizione forte e diffusa
di insicurezza: la nostra società ha paura di perdere i
privilegi raggiunti. Ed è proprio nelle fasi di
maggiore inquietudine che aumentano gli stimoli per mettersi
direttamente in gioco.
Per essere più chiaro. L'artista in quanto individuo, in questa fase storica, per tutta una serie di meccanismi del sistema, vive
una crisi drammatica della qualità. C'è effettivamente un recupero del "linguaggio perduto", il figurativo: ovvero mancano quelle condizioni estreme,
come può essere una guerra, che spinga a porsi delle domende e a manifestare le proprie posizioni,
e quindi ad avere il coraggio di intraprendere dei percorsi del tutto nuovi e antitesi ai precedenti.
In
riferimento al tema della mostra "Martirio di gioia", la sensazione
di regressione pare essere di una attualità sconvolgente. Infatti
nell'attuale fase storica assistiamo al ritorno di concetti del "diverso"
come qualcosa di negativo e da respingere e al riemergere, spesso
legittimati, di atti xenofobi. Stiamo assistendo ad un fenomeno
estemporaneo causato dai conflitti ideologico-religiosi, o vi è
un profondo problema culturale di società?
Credo che il nocciolo della questione
sia legata al fatto che avendo finora acquisito tutta una serie di
privilegi e di benessere, siamo nella condizione di avere qualcosa da
perdere. Dunque l'altro, il diverso, viene vissuto come colui che
possa rubarci lo status raggiunto o diversamente l'occasione
per arricchirlo. Il diverso è per me un tema difficile, in
quanto presuppone comunque una rinuncia di se stesso per potersi
relazionare. Ovvero "spogliarsi", liberarsi, di tutte le ricchezze o
attaccamenti accumulati, e che sono sempre un ostacolo al dialogo e
all'ascolto.
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Oggi c'è una tensione degli artisti a seguire le "mode", ed
anche questo è sistema, e ad essere valorizzati non tanto
dalla ricerca espressa ma dal prezzo con cui è stata
venduta la propria opera. Fino a che punto è giusto mercificare
l'arte? L'osservazione è centrale.
Ma accanto al fenomeno della mercificazione vi è la questione della
divulgazione. Ovvero, oltre le gallerie e le fondazioni, private, esistono
spazi pubblici gratutiti che permettano comunque la divulgazione delle
proprie opere? |

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In realtà questo succede sporadicamente
quando vi sono Amministrazioni particolarmente sensibili oppure dei
privati "illuminati" che si attivano per garantirli. La verità è che
esiste un vuoto, soprattutto dialettico. Infatti, chi è che
decide il valore di un'opera, e quali sono i parametri di valutazione?
Generalmente si paga uno storico dell'arte per poter ricevere una sorta di
"riconoscimento" delle opere prodotte, dunque si fa un investimento. Ed io
mi sono un po' allontanato da questo meccanismo, in quanto il valore
dell'artista viene stabilito a monte dall'investimento fatto, e non
dal percorso o ricerca intrapesa e in corso. Almeno questa
è l'esperienza che personalmente ho fatto.
Forse mancano i punti
di ritrovo, come spesso accadeva nella Parigi dell'800, in cui gli artisti
possano ritrovarsi e in qualche modo confrontarsi, dibattere,
litigare.
Si. Direi però che va riportata l'arte nel
quotidiano. E soprattutto, come tra l'altro io stesso ho sempre fatto, va
dato una grande importanza al luogo sociale in cui si opera. Questo perché
un'artista ha un ruolo sociale, ovvero cattura ciò che è già
presente attorno a noi e lo restituisce, evidenziandolo.
Certo non può che essere augurabile la rinascita di punti di ritrovo in
cui rimettere in moto il confronto sui percorsi artistici, ma è
fondamentale la divulgazione dei propri percorsi verso le persone che si
incontrano quotidianamente. Sinteticamente, la fruizione dell'arte
dev'essere come bere un bicchiero di vino.
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Prima affermavi che "dio è morto nei campi di
sterminio". Non è più giusto dire che l'uomo ha scelto il "dio
denaro", visto che spesso nel nome del proprio dio vengono
fatte tutte una serie di scelte: vendita delle armi; traffico di uomini e
donne;
deturpazione
dell'ambiente. È un'osservazione che condivido. Ma non credo
che sia il denaro la malattia più grave per l'uomo: io
penso che sia il potere. Il denaro non è che un mezzo per
soddisfare la voglia di possesso. Purtroppo l'uomo perde sempre di vista
quella che è la sua grande possibilità, che non è quella di implodere,
ovvero impossessarsi di se stesso e di tutto quello che lo circonda, ma
quella di esplodere, sull'esempio di grandi uomini come Cristo,
Ghandi e tanti altri, che hanno parlato al mondo e non a se stessi.
Io sono stato un semplice
operaio di fabbrica, che come tanti ha fatto nel proprio piccolo grandi
battaglie sugli aspetti appena menzionati, |

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ma soprattutto verso il rispetto della dignità
delle persone. A mio avviso si può essere privati veramente di tutto,
ma non della dignità. La privazione della dignità è una diretta conseguenza
dell'uso irresponsabile del potere, che generalmente è in mano a
pochi. E quando il potere è detenuto nelle mani di qualche imbecille, le conseguenze
sono sempre disastrose per tutti. Ecco! È questa la cosa peggiore
per l'uomo: un imbecille al potere! La malattia del possesso
ce l'hanno tutti, ovviamente anch'io. Ed è per questo che in questa fase
della mia esperienza artistica cerco di liberarmi di tutte le cose a
cui sono attaccato. Mi sta veramente affascinando il concetto della
rinuncia: a quanto e a cosa posso rinunciare? Il percorso
dello "spossessarsi", credo mi stia facendo avvicinare molto
alla comprensione delle esperienze mistiche di molti santi, ma soprattutto mi
sta proteggendo da me stesso. Il santo più
"rivoluzionario"? San Francesco!
Ma sicuramente la figura del Cristo mi affascina di più. Un uomo che
si era messo in testa di essere il Figlio di
Dio. |
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