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Giovanni Teruzzi


  • La biografia

  • L'estetica

  • L'intervista
  • Senza nome

    freccia_rossa_sx torna alla home page Gli artisti

    "Da persona libera da tutto e tutti, faccio della mia pittura una delle cose fondamentali della mia vita. Sono sempre stato alla ricerca di ciò che mi potesse creare  

    Senza nome

    uno stato di felicità, libero da ogni schema creo quello che la fantasia, il colore e le   forme mi suggeriscono.
    Percorrendo la strada tracciata, sono convinto che l'artista debba muoversi oltre che forme e colori, con sentimenti poetici in modo che la pittura possa dare tutto il piacere che ne possa trarre."

    Giovanni Teruzzi



    La biografia

    di Luigi E. Vigevano

    Un abbaino, un pittore, i colori sparsi, tele ovunque. Non è un’opera di Pucciniana memoria ma è  il luogo della vita vissuta di Giovanni Teruzzi che nasce a Brugherio nel 1931 e a Brugherio vive e lavora. Impiegato, all’epoca nell’unica azienda telefonica nazionale, cerca una libertà, una sua dimensione, che trova nella pittura. Conosce Lidia, la donna che diventerà sua moglie e anche la sua più severa critica che con fermezza lo sprona e incoraggia da sempre. I figli, Roberto e Luca, lo invidiano con orgoglio. In famiglia si vivono fortemente queste atmosfere, qualche tentativo fallito di calcare le orme del padre e poi lo sforzo continuo per far riconoscere le doti paterne. Ammirevoli.
    Lui, il Giovanni artista, giovanissimo, si iscrive alla Libera Accademia di Vittorio Viviani a Nova Milanese. Conosce De Pisis che morirà a Milano nel 1956, Casorati, durante una breve parentesi di lavoro a Torino nel ’52, e Lilloni; iniziano i percorsi pittorici. Prima qualche paesaggio semplice, ingenuo tanto che il pittore giunto alla maturazione artistica esprime l’intenzione di volerli distruggere. Lo ferma solo la stoica opposizione dei proprietari.
    Poi via via, il paesaggio muta, per diventare negli anni ‘70 un paesaggio ricco di colore e denso di pastosità, iniziano le fusioni di colore. Intervengono nuove influenze: Morlotti, Afro, il paesaggio svanisce e diventa una scomposizione di puro colore. Capricci sui cinque colori, è astrattismo.  

    E’ stata una grande trovata: la grande e semplice trovata di un uomo di talento. Non occorre certo scomodare Baudelaire con i suoi versi di Correspondances mille volte ripetuti da allora:

    Laissent parfois sortir des confuses paroles

    L’homme y passe à travers des forêts de symboles


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    L'estetica

    di Luigi E. Vigevano

     

    Semplificazioni, tensioni, grafie caratteristiche: non un segno netto di contorno, ma una stesura toccante, non una struttura accademica pedissequa, ma l’invenzione di  un movimento dell’anima.

    Grandi pennelli sfiorano la tela, il colore non stemperato crea velature, stratificazioni, trasparenze. Poi il guizzo della punta del manico del pennello che graffia, disegna, strofina, incide. Da questi movimenti repentini nasce la toccante verve che illumina le campiture. Un rapporto nuovo tra la natura, la pittura e l’uomo. Dipingere con occhio analitico e nel tempo stesso intenerito, allarmato e tuttavia pronto a cedere i ricordi sommessi. Sono i periodi delle dense stuccature, sviluppi di materie colorati in acrilico. Sperimentazioni di colori veloci nell’asciugatura, veloci nel fissare l’istante. Lui, l’artista, non sa da dove viene la sua pittura, certo viene da molto lontano. Occorre analizzare il dipinto intitolato la “Croce” per capirlo. Una croce, astratta, disfatta sotto un cielo triste, alla fine delle aste della croce dei piccoli rettangoli rossi. Sono i pannelli dolenti con la Madre di Dio e San Giovanni dei crocefissi giotteschi del trecento ammirati, probabilmente, nel tiburio della Certosa di Chiaravalle o di Viboldone, Giottino e Giusto de’ Menabuoi “i profughi di Viboldone” come li chiamava il grande critico d’arte Roberto Longhi. Teruzzi ha visto queste opere lombarde, durante le sue peregrinazioni artistiche domenicali, le ha elaborate e nel suo animo semplice ridato valore espressionistico con la scelta di quei rettangoli rossi. Si ripropongono, rielaborate, le tavolette dolenti. E’ una forma di riscatto della propria libertà. Così l’uomo e il pittore trovano la misura e recuperano un anello della catena che tiene insieme arte e mondo.


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    L'intervista
    Liberta d'azione e di pensiero
    intervista a Giovanni Teruzzi, di Gennaro Mele

    La sua lunga attività costernata di cambiamenti estetici mi sembrano avere sempre una costante: la pittura come gioco, dove non c'è da cercare alcun significato al di là della superficie di forme e colori. È questa un'interpretazione che accondiscente, o c'è dell'altro che vuole chiarire.
    La pittura è un gioco di sentimenti e sensazioni che si manifestano attraverso forme e colori. Le mie forme e colori nascono dal profondo dell'animo e si concretizzano nella tela, rendendo visibile a tutti il mio pensiero più intimo.
    Tutto il Novecento è stato caratterizzato da molteplici tensioni che hanno visto quasi sempre la guerra quale azione risolutiva. Artisti di rilievo hanno espresso con le loro opere posizioni forti a riguardo. Lei in qualche modo si è mai sentito di dover dare una sua posizione diretta rispetto ad un evento sociale.
    Non necessariamente gli artisti si sono schierati a favore o contro situazioni che hanno socialmente caratterizzato il Novecento. Un artista deve essere al di sopra delle parti, cercando di interpretare la realtà attraverso la propria chiave di lettura che caratterizza il personale percorso evolutivo.
    Il suo 'fare arte' quale concetto di bello esprime, ovvero cos'è il bello per lei.
    Il bello è tutto ciò che può essere fatto in libertà d'azione e di pensiero, senza condizionamenti alcuni, come ritengo sia la mia pittura.


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    A cura di:
    Gennaro Mele - Ufficio Relazioni col Pubblico / Ufficio Stampa
    Ultima modifica: Giovedì, 10 maggio 2007

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