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© La riproduzione del testo è consentita citando la fonte. torna all’inizio  torna alla home page Le mostre | Prefazione del sindaco al catalogo (R)esistenze
Una mostra di immagini -volti, sguardi, espressioni- che ricostruiscono una parte delle radici storiche vive su cui è fondato il nostro presente. Questo è “R-esistenze”. | | | Non elaborate ricostruzioni storiografiche, non flussi di parole, ma elementi semplici, visivi e diretti, che si offrono al visitatore senza mediazioni. Ma quelle immagini, che si presentano con discrezione (qualità femminile?), come per non disturbare, ci interpellano e ci sfidano in modo potente (qualità maschile?). Guardando quei volti, a lungo, si fa strada qualcosa che definirei una “consapevolezza”, una coscienza più profonda e vera, che ha a che fare col passato, ma ancor più con l’oggi. Sì, sappiamo che la nostra Italia, democratica e repubblicana, è fondata sulla Resistenza; siamo debitori di tutti coloro che osarono affrontare, in vari modi, la deriva fascista, si opposero all’invasore pagando ogni genere di prezzo, restituendo così agli Italiani un paese nuovo, fondato nelle radici solide della Costituzione. Sì, conosciamo la storia, la sappiamo rievocare, tante volte l’abbiamo celebrata in ricorrenze ufficiali e pubbliche, eppure… Eppure quei volti di donna ci restituiscono qualcosa di più, non solo il ricordo, non la semplice cronaca rievocativa. A me sembra che ci comunichino il coraggio di aver immaginato la storia e il quotidiano non come il luogo della sopravvivenza personale, ma come il laboratorio di un futuro inedito. Il regime fascista aveva inquadrato le donne italiane all’interno di una logica che gli storici definiscono “schizofrenica”. Da un lato le relega a perpetrare il proprio ruolo tradizionalmente asservito al mito della sposa e madre esemplare, discriminata a scuola e sul lavoro, esclusa dal voto e impossibilitata ad assumere un protagonismo politico totalmente appannaggio dei maschi. Dall’altro lato, il regime le inquadra nelle associazioni patriottiche (dai Fasci femminili alle Massaie rurali, e via creando equivalenti femminili “in minore” alle organizzazioni vere e proprie che costituirono l’ossatura dell’aggregazione fascista), e così facendo assegna loro un ruolo anche pubblico, un impegno fuori delle pareti domestiche, se pur rinchiuso entro la sola prospettiva di assistenza, intesa come l’inclinazione naturale della donna, considerata dalla dittatura l’unica dimensione politica possibile. È avvenuto che donne che hanno respirato tutto ciò giorno dopo giorno, come un lento e inesorabile veleno, cui ci si abitua come all’odore di chiuso, abbiano trovato (dove? come? perché?) la forza di un gesto di rottura, semplice nella sua praticità, dirompente per l’effetto politico e simbolico. Fare la “staffetta partigiana” può essere visto come un reiterare il ruolo assistenziale e di servizio, eppure fu ben altro, un conquistarsi la propria parte attiva: dire no all’intollerabile, difendere dignità e diritti, costruire un futuro diverso, e fare di questi elementi i connotati di una nuova identità. Questo plus di immaginazione/energia, non deducibile dal contesto, è ciò che ci stupisce ancor oggi, e ci interpella a rinnovare lo stesso impegno, in questo anno che l’Unione europea ha voluto dedicare alle pari opportunità: nuovi scenari, nuove sfide, ma l’identico compito, quello di saper immaginare l’oggi non solo come “figlio di ieri” ma come “madre del domani”: l’augurio è dunque che gli sguardi di queste donne siano sprone per tutti. | © La riproduzione del testo è consentita citando la fonte. torna all’inizio  torna alla home page Le mostre torna all’inizio  torna alla home page Le mostre
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