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Giuda Iscariota, uomo di città

Giuda Iscariota, uomo di città

La mostra, che toccherà diverse località italiane per concludersi a Brugherio all'interno di un'antologica di tutta la produzione artistica di Fettolini, ripercorre, in dodici opere, la vicenda dell’apostolo Giuda, colui che, scelto dal Maestro in persona, decise di tradirlo e di consegnarlo “per trenta sicli d'argento” Evangelisti
(il  prezzo corrente di uno schiavo) perché potessero arrestarlo e condannarlo a morte, facendo ratificare la sentenza al tribunale dell’impero di Roma. Chi è il Giuda di Fettolini? Una iniziale chiave di lettura ce la offrono la prima e l’ultima delle dodici opere, che formano una sorta di inclusione - tecnica assai cara alla semantica biblica.

La prima tavola raffigura i quattro evangelisti , testimoni e narratori privilegiati della vicenda. Accanto a ciascuno il numero esatto di parole che nell'originale greco essi dedicano a Giuda. Potremmo dire: Giuda e le parole, Giuda e le sue narrazioni. Ma l’essere i quattro evangelisti racchiusi in figure che richiamano le carte da gioco pone un "altolà": attenti alle parole, esse non sono la realtà vissuta, ne sono un racconto, e con le parole si può tragicamente anche giocare.

L’ultima opera parla di Qumran , località sperduta nel deserto deserto giordano, ai bordi nord-occidentali del mar Morto, divenuta famosa allorchè nel 1947 un giovane beduino vi scoprì per caso l’esistenza di grotte in cui stavano nascosti antichissimi manoscritti, resistiti per millenni al riparo delle loro giare. Di nuovo narrazioni, alcune già decifrate e pubblicate, altre no, quasi che un nuovo racconto su Giuda potrebbe essere racchiuso tra quelle pergamene. Qumran
Insomma, Giuda è la sua storia, narrata da testimoni, una storia che non si esaurisce nei confini di una vicenda storica definita (e chi sa oggi discernere la verità storica nel coacervo di dati contraddittori, di interesse quasi solo teologico, che ne intessono i racconti), ma continua per sempre a riflettersi nella mente e nel cuore di coloro che incontrano Giuda come compagno di cammino. E ad affiancarsi al discepolo traditore questa volta è un artista, che sa trarre composizioni dalla materia, anzi, dalle materie. Ciascuna opera delle dodici - dodici come gli apostoli, compreso Giuda, sempre ultimo nelle liste degli evangeli - comunica non solo con ciò che raffigura/ritrae/rappresenta,  ma con tutta se stessa, con la forma della sua cornice, con la polimatericità, coi colori e coi rilievi, con quella figuratività non del tutto abbandonata, con l’accostamento in dittici asimettrici.
Fettolini non nasconde una lunga frequentazione con le fonti: ha voluto prima di tutto immergersi completamente nelle molteplici testimonianze che riguardano questa strana figura, così reietta eppur così vicina alla condizione umana. Dai quattro vangeli agli apocrifi, dagli Atti degli apostoli alle testimonianze letterarie (su tutte, il romanzo di Berto, La gloria), dalla storia di Qumran ai suoi misteri, fino alle recenti interpretazioni che di Giuda hanno offerto una possibilità di visione altra.
Il discepolo che tradisce non può essere liquidato sbrigativamente come l’emblema del male, la quintessenza del rifiuto del Messia, quasi che a farne una figura a tutto tondo negativa ce ne possiamo liberare, credendoci noi ben diversi da lui, il “porco-giuda”.
La sera del giovedì santo del 1958, nella chiesa di Bozzolo, don Primo Mazzolari pronunciò un’omelia che rappresentò uno storico punto di rottura. Fino ad allora il Giuda più conosciuto era quello ben stigmatizzato dal Monti, nella sua Sulla morte di Giuda, 1788:“allor Giustizia l'afferrò e sul monte/ nel sangue di Gesù tingendo il dito / scrisse con quello al maledetto in fronte/ sentenza d'immortal pianto infinito/ e lo piombò sdegnosa in Acheronte". No, dice don Mazzolari, vi chiedo “un po’ di pietà per il nostro fratello Giuda: non vergognatevi di assumere questa fratellanza”. Non per pietà o pietismo, ma per comunanza di miseria nell’aver tutti tradito, e per meno di trenta sicli. “Io non giudico, io non condanno, dovrei giudicare me, dovrei condannare me”. E allora l’indagine su questa figura, una volta levata dal piedistallo della massima malvagità, ci tocca da vicino, suscita in noi una vicinanza, il sospetto che noi e lui siamo fatti della stessa pasta e che forse nel seguire il Maestro siamo tutti un po’ Pietro, un po’ Giuda, un po’ Giovanni, quello che nell’Ultima cena di Leonardo sta accanto al cuore di Gesù, senza pensare che forse il compito suo era di fermare Giuda, di distoglierlo da “quello che doveva fare”. Liberarlo dall’angoscia che lo facevaagire come un burattino, manovrato dai fili del potere politico e religioso, così crudele e cinico nella sua repressione da scegliere proprio uno dei suoi per farsi consegnare lo scomodo profeta.
Come se le guardie del tempio non avessero la capacità di andarselo a prendere da soli, senza bisogno di nessuna consegna. E invece il bacio di Giuda fa fremere di gioia i dirigenti del tempio: ecco, guarda, proprio uno dei suoi lo tradisce. Quando vedranno anche gli altri Undici fuggire disperati, il loro senso di vittoria sarà totale. Non l’abbiamo solo catturato, l’abbiamo distrutto, reso nullo agli occhi dei suoi amici più fidati! Qui è morto il Maestro, l’esecuzione in croce è solo un mostrare a tutti la loro vittoria.
Questa è la forza del potere, brutale, ma sottile e lucida: proviamo a guardare così la tavola “Quello che devi fare”, dove il nostro Giuda appare a testa chinata verso il basso, il volto materialmente svuotato, scavato nella tavola stessa, le mani in rilievo, quasi un’acquasantiera in cui possiamo “intingere” per provare cosa resta di un uomo che si è lasciato comprare dalla subdola insidia di un potere che non ammette di essere messo in discussione.
Ora forse riusciamo a comprendere meglio quello strano titolo dato alla mostra, in cui appare la qualifica di “uomo di città”. Ci spiegano le note del bel catalogo pubblicato da I.ME.DE.A, che “iscariota” è aggettivo dal significato assai incerto, persino per i dotti di filologia. E in questo caso possiamo noi profani scegliere una tra le molte interpretazioni che gli studiosi hanno escogitato: Fettolini ha scelto quella che fa derivare il nome da “ish” (uomo) e “querjoth” (città). Uomo di città, quindi delle nostre città, nostro contemporaneo: cammina per le nostre strade, cammina persino dentro ciascuno di noi.
Intendiamoci, la tensione espressiva, di un’intensità lacerante, che l’artista infonde alle sue opere, lo salvaguardia da qualunque intenzione irenistica: il “suo” Giuda non è appiattito in una melassa di buonismo che in nome di un supposto valore di tolleranza universale affratella tutti quanti nella mediocrità in cui tutto è indifferente.
Fanno bene quelli che hanno tuonato contro una falsa riabilitazione di Giuda (qualcuno ne ha fatto il proto-martire cristiano, sottraendo il titolo a Stefano,
che muore lapidato perdonando i suoi carnefici). Non è questo –ne siamo sicuri- il senso de Anche dopo la morte , opera in cui due figure martirizzate si rialzano in piedi -risorgono- appoggiandosi l’una all’altra e quasi fondendosi in un unico corpo, innervate da una sorta di sistema circolatorio fatto di erba e piccoli giunchi. Quest’opera non elimina il dramma, ma apre domande più profonde, consentite solo a chi ha avuto il coraggio di andare fino in fondo.
La storia continua, ce lo dicono le anfore di Qumran dell’ultima tavola, dove un tabernacolo si apre fisicamente se qualcuno osa toccarlo per togliere la porticina che lo chiude (che bello avere un’opera che si deve toccare!). Siamo noi a scriverla, se avremo il coraggio di fare i conti proprio con il tradimento. Non c’è nulla di esoterico in questo –anche se le scoperte di Qumran, per il loro essere ancora sotto studio e in parte “secretate”, hanno suscitato molte curiosità. No, non saranno i manoscritti del mar Morto a dirci qualcosa in più su Giuda e sulla condizione umana: siamo noi, noi uomini di città, quelle anfore che in dissolvenza scompaiono nell’ultima delle dodici tavole.
Anche dopo la morte

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A cura di:
Sezione URP - Ufficio Stampa
Ultima modifica: Sabato, 11 febbraio 2006

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